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Bare a basso costo dalla Cina: l'Europa chiede un'indagine sulle importazioni

Nov 02, 2026•7 Min di Lettura

Il fenomeno del "low cost", che ha già pervaso settori come l'abbigliamento e gli oggetti di consumo, ha ora raggiunto un ambito inaspettato: quello delle bare. Questa tendenza, caratterizzata dalla vendita di prodotti a prezzi estremamente ridotti, sta mettendo a dura prova l'industria funeraria europea, costretta a confrontarsi con manufatti cinesi proposti a costi sensibilmente inferiori. Di fronte a questa situazione, i fabbricanti del continente hanno unito le forze, sollecitando la Commissione Europea a intervenire con un'inchiesta approfondita per verificare l'eventuale esistenza di condotte commerciali sleali.

Questa iniziativa, riportata per la prima volta da fonti autorevoli come Politico Europe, emerge dopo anni di crescenti preoccupazioni riguardo all'aumento delle importazioni dalla Cina e alle difficoltà incontrate dalle imprese europee del settore. Il dibattito non si limita solo alla differenza di prezzo, ma investe anche la sopravvivenza di un comparto produttivo tradizionale, il rispetto delle normative ambientali e sanitarie, e la necessità di controlli efficaci sui beni che entrano nel mercato dell'Unione Europea.

Il problema è stato sollevato per la prima volta a livello europeo il 3 ottobre 2025, attraverso un'interrogazione scritta presentata da quattordici eurodeputati italiani del gruppo ECR. Secondo i dati forniti, la produzione di una bara in Italia ammonta in media a 260 euro, mentre in Cina si aggira intorno agli 80 euro, consentendo la vendita sul mercato europeo a prezzi compresi tra 100 e 110 euro. Questa notevole discrepanza, a detta dei parlamentari, non sarebbe giustificabile solo con una maggiore efficienza produttiva, ma suggerirebbe anche condizioni di produzione più favorevoli, costi di manodopera e materie prime inferiori, e possibili aiuti statali e incentivi all'esportazione. L'interrogazione evidenziava inoltre che le importazioni cinesi rappresentano ormai circa il 60% del mercato italiano delle bare.

Le ripercussioni su questo settore sono già significative: negli ultimi cinque anni, il numero dei produttori europei di bare è diminuito del 25%, passando da circa 120 a 90. Anche il volume delle importazioni di bare in legno dalla Cina nell'Unione Europea ha registrato un forte incremento, quasi raddoppiando da 16 milioni di euro nel 2022 a 28 milioni nel 2025. Questi numeri hanno spinto le aziende a cercare supporto a Bruxelles, con l'obiettivo di avviare un'indagine che chiarisca se dietro ai prezzi così bassi si nascondano effettive pratiche commerciali scorrette e, in tal caso, di implementare misure protettive per i produttori europei.

Un'altra preoccupazione espressa riguarda la possibile elusione dei controlli doganali, la cosiddetta "scappatoia Ikea". Si sospetta che alcune bare cinesi possano arrivare in Europa smontate, con i singoli componenti dichiarati come semplici parti in legno anziché come prodotti funerari finiti. Questo stratagemma renderebbe più difficile l'identificazione della merce e la stima del reale volume delle importazioni. Un'anomalia nei dati italiani, che mostrerebbe una mancanza equivalente a circa 30.000 bare all'anno, alimenta questi dubbi. La Commissione Europea ha comunque chiarito che, secondo le normative doganali, un prodotto non ancora assemblato può essere classificato come prodotto finito se possiede già le caratteristiche essenziali dell'oggetto completo.

Nonostante le richieste, non è ancora stata avviata un'indagine antidumping formale sulle bare cinesi. La Commissione, in una risposta del 5 dicembre 2025, aveva invitato le aziende a presentare le prove necessarie per avviare tale procedura, ribadendo che l'introduzione di dazi richiede la dimostrazione di un prezzo di vendita inferiore al valore di mercato, un danno concreto all'industria europea e un legame diretto tra le importazioni in dumping e il pregiudizio subito. Il caso delle bare cinesi mette in luce una questione più ampia e trasversale a molti settori: la sostenibilità di un modello economico che persegue incessantemente il prezzo più basso, spesso a scapito delle imprese che operano nel rispetto delle normative europee.

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