L'appartamento milanese di Jonathan De Pas, figura di spicco nell'architettura e nel design, incarna un'idea di funzionalità e innovazione. Con elementi strutturali lasciati a vista, quali pilastri e travi in cemento, e l'audace utilizzo di colori primari per serramenti e porte, l'abitazione si configura come un vero e proprio manifesto abitativo. Il recente restauro curato dal figlio Martino ha permesso di preservare l'autenticità di questo spazio, che continua a stupire per la sua sorprendente attualità e la piena operatività di ogni suo componente, dimostrando come la visione originale dell'architetto sia ancora pienamente valida.
Jonathan De Pas, co-fondatore dello studio DDL, aveva una concezione chiara e distintiva degli spazi abitativi e degli oggetti: dovevano essere efficienti, modulari e privi di eccessi, un po' come una barca o una tenda. Questo ideale si rifletteva in un approccio al design che privilegiava la smontabilità e una logica nomade dell'abitare, orientata verso una produzione industriale democratica. Acquistato nel dicembre del 1971 per la sua invidiabile posizione con vista sull'Arena Civica e il Parco Sempione, e per la sua triplice esposizione che garantiva una luminosità eccezionale, l'appartamento divenne la dimora di Jonathan, della moglie e del figlio, i cui nomi sono ancora visibili sul citofono. Martino ricorda come questa casa, con le sue facciate dai toni rosati, fosse un luogo prediletto dagli amici, ignari che si trattasse della residenza di un celebre architetto.
L'edificio di Pietro Lingeri, con la sua architettura borghese, non rispecchiava inizialmente la filosofia progettuale di De Pas. Tuttavia, l'architetto trasformò l'interno abbattendo le pareti d'ingresso, creando un open space vibrante e luminoso. Le strutture portanti in cemento a vista, i serramenti giallo brillante e le porte verde vivace donano all'ambiente un'energia quasi pop, che si accentua quando la luce naturale li inonda. Per delimitare le diverse aree, De Pas utilizzò pareti attrezzate Dado & Vite, in compensato e bulloni rossi, quasi a voler giocare con un'idea di gigantesco Meccano. Un dettaglio meno evidente, ma significativo della sua visione di “economia dei mezzi”, è il battiscopa verde ottenuto “per sottrazione”: rimosse quelli in legno e dipinse di verde l'area corrispondente alla base delle pareti, un gesto che racchiude il suo intero pensiero progettuale.
Anche il soggiorno rifletteva un approccio lontano dagli standard convenzionali. I cuscini Alibabà, poi sostituiti dalle poltrone trasformabili Galeotta, potevano essere uniti per formare un ampio materasso, anche se la madre di Martino li riordinava sempre. Jonathan De Pas, nel 1988, esprimeva la sua avversione per le “proliferazioni abnormi” e la “mancanza di equilibrio” nei sistemi produttivi, considerandoli causa di “rovine”. La sua casa era, quindi, un atto di resistenza a questa logica, un vero e proprio manifesto abitato. Nel 2025, Martino ha intrapreso il restauro dell'appartamento dei genitori in collaborazione con gli architetti Carlo Masera e Alessandro Ferrari, aprendolo al pubblico durante la Design Week 2026. Molti degli elementi originali sono stati preservati: i pilastri grezzi, gli infissi colorati, le librerie industriali rosse e le piastrelle Cedit decorate con disegni di alberi, presenti sia in cucina che in bagno, dove Martino da bambino si divertiva a scattare foto con la sua Olympus OM-1.
La vera ragione per cui la casa di De Pas era tanto amata dagli amici di Martino era molto più semplice: quando i genitori erano via per la Liguria, l'abitazione era sempre aperta a tutti. Un luogo di cene conviviali, partite a Monopoli e lunghe nottate di confidenze. Anche la doccia con getto regolabile, un'innovazione per l'epoca, è rimasta intatta dal 1973, resistendo persino alle insistenze degli idraulici. «Funziona ancora tutto», afferma Martino, con la ferma intenzione di non permettere a nessuno di modificarla. Durante i concerti estivi all'Arena, gli amici si ritrovavano sul terrazzo, accomodati sulle poltrone Margherita di Albini o sulle sedie di Joe Colombo, mentre Martino si rilassava sulla sua Blow. Il restauro ha saputo conservare l'atmosfera unica di calore e luminosità che emanava dagli arredi essenziali e apparentemente disordinati. Martino racconta che i visitatori, una volta entrati, non volevano più andar via, con alcuni che si sono quasi addormentati sulla Galeotta.
Come sottolinea l'architetto Masera, i visitatori «sulla soglia capivano subito il senso dell'intervento»: Jonathan De Pas aveva liberato la luce naturale eliminando le pareti, in contrasto con il chiaroscuro dell'edificio originale. Questa luce, proveniente dal parco circostante, continua ancora oggi a inondare l'appartamento con la stessa intensità. Il citofono suona ancora e, all'interno, qualcuno potrebbe ritrovarsi assopito sulla Galeotta, a testimonianza di come l'essenza di quello spazio, e i nomi che lo abitano, rimangano immutati nel tempo.
