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La Francia impone una tassa sulla moda a basso costo: un colpo per Shein e Temu

Sep 03, 20269 Min di Lettura

I vestiti a prezzi stracciati, le nuove collezioni che appaiono quotidianamente e i capi concepiti per essere rapidamente sostituiti rappresentano il modello della moda ultra-veloce, una forma ancora più estrema del prêt-à-porter che ha conquistato milioni di consumatori negli ultimi anni. Tuttavia, questa tendenza porta con sé un costo ambientale sempre più inaccettabile.

Di fronte a una produzione tessile che genera enormi quantità di rifiuti e abiti spesso progettati per avere una vita breve, stanno emergendo le prime iniziative per modificare questo approccio. La Francia, sempre all'avanguardia in questo settore, ha scelto di agire direttamente sui prezzi. Dal 1° settembre 2026, è stato introdotto un nuovo onere per i prodotti della moda usa e getta, che potrà raggiungere i 12 euro per capo. Questa misura è stata formalizzata tramite un decreto firmato dal ministro della Transizione ecologica, Mathieu Lefèvre, e pubblicato sulla “Journal officiel de la République française”. Il problema non si limita al basso costo dei vestiti, ma riguarda il modello di produzione e distribuzione sottostante alla cosiddetta fast fashion. Piattaforme specializzate offrono cataloghi immensi, aggiungono continuamente nuovi articoli e puntano sulla velocità: una moda si diffonde, viene rapidamente trasformata in un capo d'abbigliamento e offerta a prezzi irrisori. Il risultato è un ricambio costante degli acquisti e, di conseguenza, una quantità crescente di prodotti che vengono scartati. Molti di questi capi, inoltre, sono difficili da riparare e non sono pensati per durare a lungo. Quando un capo costa pochissimo, la riparazione può apparire meno conveniente rispetto all'acquisto di un nuovo articolo. È proprio questo meccanismo che la Francia intende interrompere.

La nuova legislazione impone una penalità finanziaria per i prodotti commercializzati dai marchi definiti come fast fashion. Il calcolo si basa su due fattori principali: la difficoltà o l'antieconomicità della riparazione dei prodotti e l'ampiezza dell'offerta del marchio. Questo onere può arrivare fino al 50% del prezzo del prodotto, ma non supererà i 12 euro per capo nel 2026. Tuttavia, il limite è destinato a crescere progressivamente, raggiungendo i 19,50 euro entro il 2030. È importante notare che non ogni capo venduto da una piattaforma di fast fashion vedrà un aumento automatico di 12 euro per il consumatore; l'importo effettivo dipenderà dai criteri stabiliti e dalle caratteristiche del prodotto e del marchio. L'obiettivo è introdurre un costo supplementare per i modelli commerciali ritenuti più responsabili dell'impatto ambientale. La Francia è il primo paese al mondo a implementare un sistema di questo tipo specificamente mirato alla moda usa e getta. Come dichiarato da Serge Papin, Ministro delle Piccole e Medie Imprese, del Commercio, dell'Artigianato, del Turismo e del Potere d'Acquisto, questa lotta è essenziale per l'ambiente, le imprese e i territori. Ma non è tutto: dal 1° gennaio 2027 sono previste ulteriori restrizioni alla promozione della fast fashion, inclusa la proibizione di promuovere prodotti e marchi rientranti nella normativa tramite influencer. La strategia francese è duplice: aumentare il costo dei prodotti legati alla moda ultra-veloce e intervenire sui meccanismi pubblicitari che ne alimentano il desiderio. Anche l'Unione Europea è intervenuta sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-UE, introducendo dal 1° luglio 2026 un dazio di 3 euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro spediti direttamente ai consumatori europei. Sebbene entrambe le misure influiscano sui costi, il dazio europeo riguarda le spedizioni e il regime doganale, mentre l'onere francese è specificamente progettato per penalizzare economicamente il modello della moda usa e getta e incoraggiare i marchi a produrre articoli più duraturi e riparabili. Quando si parla di moda ultra-veloce, si pensa inevitabilmente a piattaforme come Shein e Temu, che sono diventate simboli di un modello basato su prezzi molto bassi, vasta scelta e un continuo rinnovo dell'offerta. Tuttavia, la normativa francese non nomina specificamente Shein o Temu, ma definisce criteri che identificano i prodotti e i marchi di fast fashion. Sono quindi le caratteristiche del modello commerciale a determinare l'applicazione dell'onere. Il principio adottato dalla Francia è chiaro: se un modello di business contribuisce a moltiplicare la produzione e lo smaltimento di capi difficilmente riparabili, deve sostenere una quota maggiore dei costi ambientali associati. Questa distinzione è importante perché il provvedimento non intende penalizzare genericamente tutti gli abiti a basso costo, ma un modello specifico. La Francia cerca di utilizzare il prezzo come strumento per spingere il mercato verso prodotti più sostenibili. L'idea è di rendere gradualmente meno conveniente un sistema in cui un capo viene acquistato per seguire una tendenza, utilizzato per un breve periodo e poi sostituito da un altro.

Il prezzo indicato sull'etichetta rappresenta solo una parte della verità. Dietro una maglietta venduta a pochi euro si celano materie prime, acqua, energia, processi produttivi, trasporti, spesso anche lo sfruttamento dei lavoratori e, al termine della sua vita, un rifiuto da gestire. Quando il ciclo di acquisto e sostituzione diventa sempre più rapido, aumenta anche la quantità di tessuti scartati. Questo è uno dei motivi per cui negli ultimi anni si è discusso sempre più di sovrapproduzione tessile, durabilità dei capi e riciclo. Riciclare ciò che viene prodotto in eccesso, infatti, non risolve alla radice il problema. Per questo motivo, la Francia mira innanzitutto a modificare questo sistema. Il vero cambiamento, tuttavia, non può derivare solo dalle leggi. Finché continueremo a considerare normale acquistare continuamente nuovi vestiti solo perché costano pochissimo, il meccanismo della fast fashion continuerà ad alimentarsi. La nuova misura francese tenta almeno di avvicinare quel prezzo al costo effettivo, promuovendo una maggiore consapevolezza e responsabilità nel consumo di moda. È un passo verso un futuro più equo e sostenibile, in cui il valore intrinseco dei prodotti e il loro impatto ambientale siano pienamente riconosciuti e rispettati.

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