Salute e Nutrizione

San Benedetto perde l'appello contro Il Fatto Alimentare: nessuna diffamazione e rimborso spese legali

Oct 29, 2026•6 Min di Lettura

La Corte d'Appello di Venezia ha emesso una sentenza che segna un'importante vittoria per la libertà di stampa e il giornalismo indipendente. L'azienda Acqua Minerale San Benedetto, dopo aver intentato una causa per diffamazione e richiesto un risarcimento di 1,5 milioni di euro a Il Fatto Alimentare, ha subito la quarta sconfitta giudiziaria, dovendo ora affrontare un consistente rimborso per le spese legali. Questo esito giudiziario, che ha impegnato la piccola redazione per quattro anni, riafferma il diritto di critica giornalistica e l'importanza di una stampa libera da pressioni economiche.

La vicenda ha avuto inizio tra agosto e ottobre 2022, quando Il Fatto Alimentare pubblicò articoli critici su uno spot pubblicitario dell'acqua minerale San Benedetto, che vedeva come protagonista Elisabetta Canalis. Nello spot, la showgirl saltava la colazione per poi affermare che il suo segreto di bellezza e forma fisica era bere un'acqua leggera e ricca di nutrienti. La testata giornalistica, insieme ad altri osservatori e nutrizionisti, aveva evidenziato come tale sequenza potesse suggerire un'idea diseducativa, ovvero che il consumo di acqua potesse compensare il pasto mattutino.

Il Comitato di Controllo dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) aveva accolto queste critiche, segnalando le problematiche a San Benedetto, la quale si era impegnata a modificare la comunicazione. Tuttavia, l'azienda aveva successivamente avviato due procedimenti cautelari d'urgenza contro Il Fatto Alimentare per la rimozione degli articoli, entrambi conclusi negativamente per San Benedetto. Successivamente, l'azienda aveva intrapreso un'azione civile più ampia, chiedendo un risarcimento di almeno 1,5 milioni di euro, la rimozione degli articoli e la pubblicazione della sentenza su importanti quotidiani nazionali, sostenendo che gli articoli fossero falsi, scorretti e diffamatori.

Il Tribunale di Venezia, in primo grado, aveva già respinto le richieste di San Benedetto, stabilendo che gli articoli de Il Fatto Alimentare rientravano nel legittimo esercizio del diritto di critica giornalistica. La giudice Lisa Micochero aveva infatti riconosciuto la logicità e la motivazione dell'interpretazione proposta dalla testata sullo spot. Nonostante questi esiti sfavorevoli, San Benedetto aveva deciso di ricorrere in appello, dando il via al "quarto round" della contesa legale. Parallelamente, San Benedetto aveva avviato un procedimento simile anche contro la pagina Instagram "Aestetica Sovietica", anch'esso respinto dal Tribunale di Venezia.

La recente sentenza della Corte d'Appello di Venezia ha ribadito con fermezza la legittimità delle critiche sollevate da Il Fatto Alimentare. La Corte ha riconosciuto che l'interpretazione della testata, secondo cui lo spot poteva suggerire una colazione saltata e compensata dal consumo di acqua, aveva fondamento. La Corte ha chiarito che interpretare la narrativa pubblicitaria come "ambigua o diseducativa" non equivale a inventare fatti, ma a esprimere una "legittima valutazione critica". La sentenza ha inoltre evidenziato che lo spot "aveva certamente generato delle criticità comunicative", percepite non solo da Il Fatto Alimentare, ma anche nel dibattito pubblico e dai rilievi dello IAP. Di conseguenza, è stata esclusa qualsiasi diffamazione e non è stata provata l'esistenza di un danno economico o reputazionale subito da San Benedetto. La richiesta di risarcimento di 1,5 milioni di euro è stata categoricamente respinta, in quanto l'azienda non è riuscita a dimostrare un nesso causale diretto tra le spese sostenute (come quelle per il rifacimento della campagna pubblicitaria) e gli articoli de Il Fatto Alimentare, poiché il dibattito critico sullo spot era già diffuso prima della pubblicazione degli articoli in questione.

Un ulteriore aspetto saliente della pronuncia è la revisione della liquidazione delle spese legali. Inizialmente, il Tribunale aveva riconosciuto a Il Fatto Alimentare circa 10.860 euro di compensi legali. Tuttavia, la Corte d'Appello ha accolto l'impugnazione della testata, stabilendo che le spese dovessero essere calcolate sul valore della domanda avanzata dall'azienda. Di conseguenza, San Benedetto è stata condannata a rimborsare 37.951 euro per il primo grado e 24.064 euro per l'appello, oltre al 15% per spese generali e altri oneri previsti dalla legge, per un importo complessivo di circa 74 mila euro, a cui si aggiungerà l'eventuale IVA. La Corte non ha invece accolto la richiesta de Il Fatto Alimentare di condanna per "lite temeraria", ritenendo non dimostrata la mala fede o la colpa grave dell'azienda nell'abuso dello strumento processuale. Questa vittoria non è solo un successo legale, ma anche un tributo al sostegno dei lettori che, attraverso una raccolta fondi su GoFundMe, hanno contribuito con 23.656 euro, dimostrando l'importanza del giornalismo indipendente.

Questa sentenza, sebbene non abbia accolto la richiesta di "lite temeraria", rappresenta una chiara affermazione della libertà di espressione e del ruolo fondamentale del giornalismo d'inchiesta. Per una piccola realtà editoriale come Il Fatto Alimentare, composta da tre giornalisti e impegnata da 16 anni a fornire informazione gratuita ai lettori, affrontare una disputa legale di tale portata con un colosso industriale è stata una prova ardua e costosa. Il successo in questo processo non solo tutela la testata, ma invia un messaggio importante a tutte le grandi aziende e ai media, sottolineando che il diritto di critica è un pilastro inalienabile della democrazia e dell'informazione.

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