Due studi di ampia portata, presentati al congresso dell'Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD) a Milano, hanno svelato l'influenza cruciale dell'alimentazione sul rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Le ricerche hanno evidenziato il ruolo degli alimenti altamente lavorati e della carne rossa, in particolare di una specifica sostanza in essa contenuta, come fattori determinanti nell'incrementare tale rischio. Questi risultati sottolineano l'importanza della prevenzione, che non si limita solo al controllo del peso e all'esercizio fisico, ma si estende anche alla scelta consapevole degli alimenti che portiamo in tavola. La genetica, sebbene rilevante, sembra poter essere mitigata da stili di vita sani.
Il primo studio, condotto da ricercatori della City University di Hong Kong, ha analizzato i dati di circa 57.000 individui provenienti dalla UK Biobank. I ricercatori hanno incrociato informazioni sulle abitudini alimentari, sui livelli di attività fisica e sui profili genetici dei partecipanti, monitorandoli per una media di 7,8 anni. Durante questo periodo, sono state registrate quasi mille nuove diagnosi di diabete di tipo 2. I risultati hanno confermato che un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e una minore attività fisica erano associati a un rischio più elevato di sviluppare la malattia, indipendentemente dalla predisposizione genetica.
In dettaglio, per ogni aumento del 10% nella quota di alimenti ultra-processati nella dieta, la probabilità di sviluppare il diabete aumentava del 7%. Tuttavia, gli individui che praticavano regolarmente attività fisica, rispettando i 150 minuti settimanali raccomandati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, mostravano una riduzione del rischio del 39% rispetto ai sedentari. Questo dato è particolarmente significativo perché suggerisce che l'esercizio fisico può fungere da scudo protettivo, contrastando in parte gli effetti negativi di una dieta meno salutare.
Un aspetto interessante emerso dalla ricerca riguarda l'interazione tra consumo di alimenti ultra-processati e genetica. Per coloro che presentavano una predisposizione genetica al diabete, un consumo molto limitato di questi prodotti (non oltre l'11% delle calorie totali) si traduceva in una diminuzione del rischio di diabete del 35%. Allo stesso modo, 150 minuti di attività fisica generica riducevano le probabilità di ammalarsi del 33%. L'efficacia di queste misure preventive variava in base alla quantità di ultra-processati consumati, con riduzioni del rischio che andavano dal 31% al 58% nei soggetti più a rischio. La combinazione di esercizio fisico e un basso consumo di alimenti ultra-processati si è rivelata estremamente efficace, portando a una riduzione del rischio dal 49% al 70% a seconda del livello di rischio genetico individuale.
Il secondo studio, basato sui dati dell'indagine francese NutriNet Santé, ha coinvolto circa 90.000 adulti, prevalentemente donne, seguite per una media di 7,2 anni. I ricercatori dell'Università della Sorbona di Parigi hanno identificato una connessione tra il consumo di carne rossa e il diabete, puntando il dito contro lo zucchero acido N-glicolilneuraminico (Neu5Gc). Chi consumava più carne rossa, e di conseguenza più Neu5Gc, aveva un rischio di diabete di tipo 2 superiore fino al 63% rispetto a chi ne mangiava poca o nulla. Questo effetto persisteva anche dopo aver corretto i dati per altri fattori di rischio come l'attività fisica e il fumo.
La relazione era anche dose-dipendente: maggiore era il consumo di carne rossa, maggiore era il rischio di diabete. Ad esempio, gli individui nel quintile più alto di consumo di carne (oltre 97 grammi al giorno per gli uomini e 73 per le donne) mostravano un rischio di diabete superiore del 63% rispetto a chi ne mangiava pochissima (da zero a 5 grammi al giorno). Per consumi intermedi, l'aumento del rischio era del 41%. L'associazione tra Neu5Gc e diabete non variava tra uomini e donne e non era influenzata dal totale calorico assunto, suggerendo un ruolo specifico di questo zucchero.
Il Neu5Gc è uno zucchero presente nella carne di molti mammiferi, ma non nell'uomo, che ha perso la capacità di sintetizzarlo a causa di una mutazione genetica. Una volta ingerito, induce una reazione immunitaria e uno stato infiammatorio che potrebbero spiegare il legame con il diabete. Sembra esistere una soglia oltre la quale l'organismo non riesce più a neutralizzare il Neu5Gc, innescando una reazione più potente. Questo è il motivo per cui derivati del latte e carni bianche, con minime quantità di Neu5Gc, hanno un effetto trascurabile sul rischio.
In sintesi, la ricerca contemporanea rafforza l'idea che la prevenzione del diabete di tipo 2 sia profondamente legata alle scelte alimentari e allo stile di vita. Limitare il consumo di alimenti ultra-processati e di carne rossa, unitamente a una regolare attività fisica, offre una concreta possibilità di ridurre il rischio di questa patologia, anche per chi ha una predisposizione genetica. Questi studi offrono preziosi spunti per orientare le politiche sanitarie e le raccomandazioni dietetiche, promuovendo abitudini alimentari più sane e uno stile di vita attivo come pilastri fondamentali per la salute a lungo termine.
