Ogni anno, ingenti quantità di materiali riciclabili attraversano lunghe distanze e confini internazionali, muovendosi da un continente all'altro per essere reintrodotti nei cicli produttivi. Questo fenomeno, sebbene rappresenti una componente vitale dell'attuale modello di economia circolare, solleva importanti questioni riguardo all'effettiva efficienza delle politiche nazionali di riciclo e alla distribuzione delle operazioni di recupero. In particolare, tra il 2018 e il 2021, una significativa percentuale del riciclo degli imballaggi nell'Unione Europea è avvenuta al di fuori dei suoi confini, come evidenziato da una recente analisi. Ciò suggerisce che il raggiungimento di determinati obiettivi di riciclo non sempre coincide con il trattamento e il recupero dei materiali all'interno del paese di origine. Un nuovo studio condotto dai ricercatori del CMCC, Eugénie Joltreau e Luis Sarmiento, e pubblicato sul Journal of Applied Economics, approfondisce le dinamiche economiche alla base di questi spostamenti, analizzando i fattori che influenzano il prezzo dei materiali e il ruolo delle politiche pubbliche nel modellare i flussi commerciali globali. L'indagine, attraverso un modello teorico e l'analisi dei dati relativi a plastica, carta, metalli e vetro, offre una prospettiva innovativa sul funzionamento dell'economia circolare a livello mondiale, sottolineando la stretta interconnessione tra la gestione dei rifiuti, la domanda industriale e le scelte economiche dei diversi paesi.
Il volume del commercio internazionale di materiali riciclabili ha raggiunto proporzioni notevoli, attestandosi tra i 170 e i 200 milioni di tonnellate annue dal 2010. Queste enormi quantità di materiali sono scambiate tra economie con differenti capacità produttive e bisogni industriali. Gran parte di questi flussi ha origine in paesi ad alto reddito, che generano elevate quantità di rifiuti a causa dei loro consumi. Nel 2022, tali paesi hanno registrato un surplus netto nelle esportazioni di rifiuti riciclabili, raggiungendo i 72 milioni di tonnellate. Il mercato mostra anche una forte concentrazione geografica, con i dieci maggiori esportatori che rappresentano il 67% del totale globale, indicando come una porzione considerevole degli scambi sia gestita da un numero limitato di nazioni. Questi trasferimenti non riguardano solo lo smaltimento di materiali superflui, ma rispondono a esigenze economiche, poiché i rifiuti riciclabili possono sostituire le materie prime nei processi industriali. Pertanto, il loro commercio internazionale è influenzato sia dal settore della gestione dei rifiuti che da quello della produzione manifatturiera.
Per comprendere le ragioni alla base di questi scambi internazionali, i ricercatori hanno introdotto il concetto di "squilibrio materiale", definendolo come la disparità tra la quantità di materiali richiesti dalle attività produttive di un paese e quella dei rifiuti generati dai suoi consumi. Questo squilibrio è particolarmente evidente quando si confrontano economie con strutture produttive diverse. Ad esempio, un paese con un'economia basata prevalentemente sui servizi può importare molti prodotti manifatturieri, generare numerosi rifiuti, ma avere un'industria che richiede poche materie prime. Al contrario, una nazione in fase di rapida industrializzazione può avere una forte domanda di materiali e una limitata disponibilità di rifiuti riciclabili interni. In questi scenari, il commercio transfrontaliero di materiali riciclabili diventa economicamente vantaggioso. I rifiuti tendono a spostarsi dalle economie con una maggiore produzione verso quelle con un fabbisogno industriale più elevato. Tuttavia, la complementarità tra domanda e offerta non è l'unico fattore; anche i costi di trasporto, raccolta, trattamento e smaltimento giocano un ruolo cruciale nel facilitare o ostacolare questi scambi. La ricercatrice Eugénie Joltreau ha sottolineato come il bisogno dei paesi con forti esigenze di materiali, come la Cina in passato, abbia spinto a sviluppare questa teoria dello squilibrio materiale, che si è dimostrata efficace nel spiegare il commercio internazionale dei rifiuti riciclabili.
Un aspetto rilevante emerso dalla ricerca riguarda il valore economico dei materiali riciclabili, che può essere sia positivo che negativo. Se positivo, l'importatore è disposto a pagare per i rifiuti, considerandoli una risorsa. Se negativo, è l'esportatore a sostenere i costi di trasferimento. Questa duplice natura deriva dal fatto che i rifiuti sono contemporaneamente un sottoprodotto indesiderato e una fonte potenziale di materiali recuperabili con valore industriale. La ricerca si inserisce in un contesto di significativi cambiamenti nei flussi globali, come la drastica riduzione delle importazioni di rifiuti da parte della Cina. In tale periodo, emersero due interpretazioni contrastanti: l'idea che si stesse esportando la propria "spazzatura" e quella che si stessero vendendo "materiali riciclabili". Il modello sviluppato dai ricercatori suggerisce che entrambe le visioni possono essere valide, poiché il valore dei rifiuti dipende dall'equilibrio tra i costi di gestione e l'utilità economica dei materiali recuperabili, influenzato anche dalle politiche di riciclo.
Le implicazioni di questi meccanismi sono particolarmente evidenti nell'analisi degli obiettivi europei di riciclo. Nell'UE, i rifiuti esportati per il riciclo possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali, il che significa che una parte dei risultati registrati può dipendere da attività di riciclo svolte all'estero. Nello specifico, tra il 2018 e il 2021, una media del 10-13% del riciclo degli imballaggi dell'UE è avvenuta fuori dall'Unione. Questo evidenzia una disconnessione tra i risultati statistici delle politiche ambientali e l'effettiva localizzazione delle attività industriali di recupero. Un aumento della percentuale nazionale di riciclo non implica necessariamente una crescita delle capacità di trattamento o della produzione di materie prime seconde nel paese. Tale distinzione è cruciale anche in relazione agli obiettivi dell'economia circolare europea, che mirano non solo alla riduzione dello smaltimento, ma anche al recupero e al reinserimento dei materiali nei processi produttivi. Pertanto, la ricerca sottolinea l'importanza di considerare non solo quanti rifiuti vengono avviati al riciclo, ma anche dove avvengono il trattamento e l'utilizzo dei materiali recuperati.
Lo studio ha inoltre evidenziato come le politiche pubbliche influenzino la gestione dei rifiuti. Misure volte a promuovere il riciclo possono alterare non solo la quantità di materiali recuperati, ma anche la destinazione geografica dei rifiuti e la convenienza economica del loro trattamento. Strumenti come i sussidi alla raccolta e al riciclo, le imposte sullo smaltimento e gli obiettivi di recupero possono avere effetti diversi sul commercio internazionale, aumentando o diminuendo la propensione all'esportazione. Il modello mostra che alcune politiche possono ridurre i costi per la raccolta e la preparazione dei rifiuti destinati ai mercati internazionali, incentivando l'esportazione anziché la creazione di nuove attività di trattamento a livello nazionale. Questo aspetto è cruciale per la progettazione degli interventi ambientali. Un sistema che incentiva la raccolta e il raggiungimento di determinate percentuali di riciclo può produrre risultati diversi rispetto a una politica che mira a rafforzare l'uso industriale dei materiali recuperati all'interno del paese. Per le economie esportatrici di rifiuti, obiettivi che impongono l'uso di materiali riciclati nella produzione nazionale potrebbero essere più efficaci nel promuovere il riciclo locale rispetto a quelli basati solo sulla quantità di rifiuti riciclati. Il punto centrale è il collegamento tra le politiche di gestione dei rifiuti e quelle industriali: incentivare il recupero dei materiali non sempre equivale a promuoverne l'uso nelle filiere produttive nazionali.
Il commercio internazionale dei rifiuti non è intrinsecamente un ostacolo alla sostenibilità. La capacità di trasferire materiali riciclabili verso nazioni con una maggiore domanda industriale può favorire l'incontro tra risorse disponibili e processi produttivi che possono utilizzarle. In questa ottica, gli scambi internazionali facilitano il collegamento tra economie con diverse disponibilità di materiali e necessità produttive, contribuendo al funzionamento delle catene globali del riciclo. Tuttavia, la ricerca avverte che gli impatti ambientali dipendono dalle condizioni in cui avvengono questi scambi. Politiche mal concepite possono incoraggiare l'esportazione dei rifiuti senza potenziare le infrastrutture nazionali di recupero. Esiste anche il rischio che parte delle pressioni ambientali legate alle attività di trattamento venga spostata verso paesi importatori con normative ambientali meno stringenti o sistemi di gestione dei rifiuti più fragili. Per questo motivo, l'efficacia delle politiche di riciclo non può essere valutata solo in base ai quantitativi di materiali raccolti o alle percentuali ufficiali. È necessario considerare anche le conseguenze territoriali degli scambi e il rapporto tra i benefici economici del recupero e gli impatti ambientali associati alle attività di trattamento.
Lo studio del CMCC suggerisce di integrare maggiormente il commercio internazionale dei materiali riciclabili nella definizione delle strategie per l'economia circolare. Questa integrazione è fondamentale per capire come gli incentivi pubblici possano influenzare i flussi di rifiuti e la localizzazione delle attività industriali. La distinzione tra il paese che produce i rifiuti, quello in cui vengono riciclati e quello che utilizza i materiali recuperati diventa essenziale per valutare l'efficacia delle politiche ambientali. Un sistema di riciclo può coinvolgere diverse economie lungo le varie fasi della filiera, dalla raccolta alla trasformazione in risorse. Concentrarsi solo sugli indicatori nazionali rischia di non cogliere appieno questa complessità internazionale. Le conclusioni della ricerca evidenziano la necessità di politiche che considerino simultaneamente i flussi commerciali, le attività di trattamento e l'uso delle materie prime riciclate. Gli strumenti economici e gli obiettivi di recupero devono essere valutati anche in base alla loro capacità di orientare la domanda industriale e sostenere i sistemi di riciclo. La prospettiva delineata dai ricercatori non mette in discussione il ruolo degli scambi internazionali, ma sottolinea l'importanza di costruire incentivi coerenti con gli obiettivi ambientali. La capacità di recuperare i materiali deve essere accompagnata dalla riduzione del consumo complessivo di risorse e della quantità di rifiuti prodotti. È in questo equilibrio tra produzione, consumo, commercio e recupero dei materiali che si trova una delle sfide principali dell'economia circolare: assicurare che il riciclo non sia solo un risultato misurabile attraverso percentuali nazionali, ma un sistema capace di valorizzare le risorse e contenere le pressioni ambientali lungo l'intera filiera internazionale.
