Un recente studio internazionale ha esaminato le principali attestazioni di acquacoltura, confrontando i requisiti e gli standard relativi al benessere degli animali acquatici. La certificazione italiana denominata 'Acquacoltura Sostenibile', pur essendo inclusa nell'analisi, non ha ricevuto una valutazione positiva, sollevando dubbi sulla sua adeguatezza in termini di protezione animale.
L'Aquatic Life Institute (ALI) ha pubblicato l'"Aquaculture Certification Schemes Benchmark 2026", un rapporto che ha analizzato dodici schemi di certificazione e due programmi di valutazione a livello mondiale. L'obiettivo principale del rapporto era valutare la presenza e la chiarezza delle disposizioni sul benessere animale all'interno di questi standard. Tra gli aspetti presi in considerazione vi erano la qualità dell'acqua, la densità degli animali negli allevamenti, la composizione dei mangimi, l'arricchimento ambientale, le procedure di trasporto e manipolazione, e le modalità di stordimento e abbattimento. Il rapporto ha anche esaminato pratiche controverse come l'allevamento dei polpi e l'ablazione degli occhi nei gamberetti.
La certificazione 'Acquacoltura Sostenibile' è stata valutata per la prima volta in questo benchmark, ottenendo un punteggio complessivo di 2,55 su 10. Questo risultato è il frutto di una valutazione di sei aree chiave relative al benessere animale, con significative discrepanze tra i vari criteri. Ad esempio, ha ottenuto un punteggio relativamente alto per la densità di allevamento (0,75 su 1), ma ha ricevuto zero punti per la qualità dell'acqua, l'arricchimento ambientale, il trasporto e la manipolazione, e lo stordimento e l'abbattimento. Quest'ultimo aspetto è particolarmente critico, in quanto lo standard italiano non prevede requisiti sufficientemente robusti per la fase che precede e include la morte degli animali.
È fondamentale sottolineare che il benchmark non ha indagato direttamente sulle pratiche individuali degli allevamenti, ma ha esaminato i requisiti previsti dagli standard di certificazione. Pertanto, il punteggio basso indica una mancanza di requisiti dettagliati e solidi che garantiscano il benessere animale in queste aree specifiche. Un'altra lacuna evidenziata è l'assenza di disposizioni per l'"arricchimento ambientale", un fattore sempre più riconosciuto come cruciale per consentire agli animali acquatici di esprimere comportamenti naturali e di vivere in condizioni adeguate alle loro esigenze.
Il rapporto ha inoltre evidenziato che 'Acquacoltura Sostenibile' manca di divieti espliciti o sufficientemente chiari riguardo a diverse pratiche controverse, tra cui l'allevamento dei cefalopodi, l'uso improprio di antimicrobici, l'impiego di organismi geneticamente modificati per accelerare la crescita e l'uso di insetti nei mangimi. Anche il divieto di ablazione degli occhi nei gamberetti, una pratica oggetto di dibattito nel contesto del benessere animale, risulta assente o non chiaramente specificato negli standard della certificazione italiana.
A livello internazionale, il confronto mostra una notevole variabilità negli standard. Nel 2026, 'Certified Humane' ha mantenuto la prima posizione con un punteggio di 9,5 su 10, migliorando ulteriormente i suoi risultati. Seguono 'RSPCA' con 8,45 su 10 e 'ASC (Aquaculture Stewardship Council)' con 7,95 su 10. Alcuni schemi, come 'Best Aquaculture Practices (BAP)', hanno mostrato miglioramenti significativi rispetto alle valutazioni precedenti. Il rapporto ha anche evidenziato che cinque certificazioni internazionali vietano specificamente l'allevamento dei polpi o cefalopodi, un tema sempre più rilevante a causa delle complesse esigenze biologiche e comportamentali di questi animali. Questo benchmark sottolinea l'importanza delle certificazioni come strumento per guidare produttori, aziende e consumatori verso pratiche più etiche e sostenibili, evidenziando la necessità per la certificazione italiana di rafforzare i propri standard per allinearsi alle migliori pratiche internazionali e garantire un maggiore benessere per gli animali acquatici.
