Extinction Rebellion ha sollevato un'ondata di proteste contro il proposto mega data center a Moncalieri, Torino, etichettando il progetto come una minaccia inaccettabile all'ambiente e alla società. Gli attivisti hanno espresso profonda preoccupazione per l'enorme consumo di energia e acqua che l'infrastruttura richiederebbe, sottolineando come tali fabbisogni siano in stridente contrasto con gli obiettivi di sostenibilità e la crisi climatica in atto. La loro azione mira a sensibilizzare le amministrazioni e l'opinione pubblica sui rischi ecologici e sociali connessi a investimenti di tale portata, che, a loro avviso, spingerebbero ulteriormente la regione verso un futuro insostenibile, basato su tecnologie energivore e pratiche dannose.
L'ex stabilimento Ilte di Moncalieri è stato il teatro della clamorosa azione di Extinction Rebellion, che ha scelto di dipingere messaggi chiari e provocatori sulle sue facciate. "No Data Center" campeggia in modo imponente, visibile anche dall'autostrada, affiancato da un altrettanto significativo "Stop Tech Fascism" e da uno striscione che invocava "Fermare l'ecocidio". Queste scritte non sono solo slogan, ma la sintesi di un manifesto di protesta che punta il dito contro un modello di sviluppo tecnologico considerato predatorio. Gli attivisti hanno denunciato che un data center di tale dimensione comporterebbe un impatto ambientale e sanitario devastante, minando qualsiasi sforzo per raggiungere gli obiettivi climatici prefissati. In un periodo di crescenti difficoltà economiche e ambientali, investimenti miliardari in strutture ecocide sono stati definiti inaccettabili.
La critica di Extinction Rebellion si concentra in particolare sugli impressionanti fabbisogni energetici e idrici del data center. Con una capacità stimata di 527 megawatt e un costo di 4,5 miliardi di euro, l'impianto potrebbe consumare una quantità di energia pari a quella utilizzata da tutte le famiglie piemontesi. A questo si aggiungerebbe l'enorme richiesta di acqua necessaria per il raffreddamento dei server, una risorsa sempre più scarsa in una regione afflitta da siccità cronica, come dimostrato dalla richiesta dello stato di calamità naturale in agosto. L'uso di refrigeranti contenenti sostanze chimiche come i PFAS, noti per la loro persistenza nell'ambiente e per gli effetti sulla salute umana, aggiunge un ulteriore livello di preoccupazione. Moltiplicare queste infrastrutture, per gli attivisti, significherebbe solo aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, in un momento storico in cui è invece imperativo ridurre le emissioni e i consumi.
Le preoccupazioni di Extinction Rebellion trovano riscontro anche in studi internazionali, come il rapporto "Energy and AI" del 2025 dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), che indica la domanda dei maxi data center come un fattore trainante per l'aumento della produzione elettrica da gas e carbone. Persino l'assessore regionale all'Ambiente del Piemonte, Matteo Marnati, ha riconosciuto che le energie rinnovabili non sarebbero sufficienti per alimentare un tale impianto, suggerendo la necessità di escludere i consumi dei data center dagli obiettivi di decarbonizzazione e proponendo l'energia nucleare come possibile soluzione. Extinction Rebellion ha stigmatizzato queste posizioni, definendo le scelte politiche "surreali": creare un problema per poi proporre soluzioni che ne generano altri, ancora più gravi, spacciandole per inevitabili.
Il progetto del data center ha già incontrato significative resistenze. Il sindaco di Moncalieri ha dichiarato che il progetto "non è accoglibile", e la popolazione locale ha avviato una petizione per bloccarne la realizzazione. La richiesta di Extinction Rebellion è perentoria: fermare la costruzione del maxi data center, bonificare l'area dell'ex Ilte e restituirla alla comunità. Invece di ulteriori interventi di cementificazione e di nuove strutture energivore, il movimento propone di avviare un processo partecipativo per rinaturalizzare la zona o destinarla alla risoluzione dell'emergenza abitativa, offrendo un'alternativa più sostenibile e socialmente utile per il futuro del territorio.
